Ciao,
torniamo oggi a parlare di modulazione e affrontiamo le modulazioni ai toni vicini.
Per quanto riguarda una tonalità maggiore qualsiasi, le tonalità vicine saranno quelle del IV e del V grado e le loro relative minori, quelle tonalità, cioè, che hanno una alterazione di differenza con la tonalità iniziale: ad esempio, le tonalità vicine di DO maggiore saranno LA minore (sua relativa minore), SOL maggiore e la relativa MI minore (con un diesis in più), FA maggiore e la relativa RE minore (con un bemolle in più).
Lo stesso principio vale anche per le tonalità minori: troveremo infatti le tonalità della relativa maggiore, della dominante e della sottodominante della relativa maggiore, della dominante e sottodominante della tonalità minore in questione.
Le modulazioni a questi toni vicini sono le più semplici da realizzare in quanto c’è una stretta relazione tra le due tonalità, abbiamo una sola alterazione di differenza e di conseguenza un certo numero di note (e, quindi, accordi) comuni che permettono un passaggio piuttosto agile (e indolore) dall’una all’altra.
Ad esempio le tonalità di DO maggiore e SOL maggiore hanno sei note in comune e una sola nota diversa (il FA in DO maggiore, che diventa FA# in SOL maggiore).
Più il numero di note proprie alla tonalità è importante, più i concatenamenti armonici che ci permettono di arrivare alla nuova tonalità saranno numerosi e complicati da realizzare: tra DO maggiore e DO diesis maggiore, ad esempio, ho solo due note (su sette) in comune!
È chiaro a questo punto che le note caratteristiche di una tonalità sono fondamentali per realizzare una modulazione: infatti bisogna far sentire alcune delle note che non appartengono al tono principale ma che ci porteranno ad affermare quello di arrivo.
Queste sono sempre usate all’interno di un accordo legato alla nuova tonalità, spesso quello del V grado, anche se possiamo trovare quelli del IV o del II grado (sempre della nuova tonalità).
Il III grado, invece, non si usa mai, in quanto da’ un effetto modale incompatibile con il sistema tonale.
Le note proprie della tonalità saranno principali quando affermano in modo evidente la (nuova) tonalità: ad esempio, per una modulazione da RE maggiore a SOL maggiore, avremo l’indizio del DO naturale, proprio della nuova tonalità.
Spesso questa nota è la sensibile (per le tonalità con i diesis e le tonalità minori) del nuovo tono o la nota del IV grado (per le tonalità con i bemolli): un esempio del primo caso è il passaggio da RE maggiore a LA maggiore, mentre nel secondo un passaggio da DO maggiore a FA maggiore.
All’interno di una melodia potremmo anche trovare le note caratteristiche secondarie, quelle note cioè che, pur indicando che la tonalità iniziale è stata abbandonata, lasciano il dubbio su quale sia il nuovo tono effettivo, dubbio che verrà tolto con l’apparizione di una nota principale.
Quindi, se ad esempio voglio modulare da SI bemolle maggiore a DO minore, la nota secondaria sarà un bel LAb che, però, può creare un’incertezza tra la tonalità di MI bemolle maggiore e quella di DO minore, incertezza che verrà tolta nel momento in cui comparirà il SI naturale, sensibile della tonalità di DO.
Nel corso di un’analisi armonica bisogna dunque tenere conto di tutte le note alterate che si incontrano per capire se, ad esempio, sono delle semplici note di passaggio che non hanno alcun valore di modulazione o se, invece, sono segno di una modulazione.
Usare le note principali o secondarie dipende solo da noi, da quello che vogliamo trasmettere all’ascoltatore, dal clima che vogliamo proporre, dallo stile musicale che stiamo usando, ecc.
Bisogna essere consapevoli, anche, che una nota secondaria avrà un effetto più delicato e dolce rispetto a quello più diretto provocato da una nota principale.
Nel prossimo articolo andremo ad approfondire ancora di più questo argomento.
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