Ciao,
oggi vorrei chiarire i due concetti della distorsione del suono e del sustain in una chitarra elettrica o elettrificata.
Mi sono accorta, infatti, che pur avendo trattato questi argomenti già altre volte in questo blog, tuttavia … non è mai abbastanza, in quanto c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire (e questo vale anche per me 🙂 ).
Chi inizia a suonare la chitarra elettrica sente parlare quasi subito di distorsione e sustain in quanto sono due termini che ricorrono continuamente quando si descrive il suono di questo strumento, ma non tutti conoscono la storia che c’è dietro.
La cosa curiosa è che nessuno aveva progettato la chitarra elettrica perché suonasse in questo modo.
All’inizio del ‘900 la chitarra aveva un problema: il volume; infatti nelle orchestre e nelle grandi formazioni dell’epoca il suo suono veniva facilmente coperto dagli altri strumenti e proprio per questo motivo nacquero i primi sistemi di amplificazione, pensati esclusivamente per rendere la chitarra più udibile.
L’obiettivo non era creare un nuovo timbro, ma fare in modo che il pubblico ascoltasse lo stesso suono della chitarra acustica ma … più forte.
Le cose, però, presero una direzione inaspettata, in quanto i primi amplificatori non erano perfetti e quando venivano spinti verso volumi elevati, il segnale non rimaneva identico a quello prodotto dalle corde: l’elettronica modificava il suono, aggiungendo una leggera saturazione che con il tempo sarebbe stata chiamata distorsione.
Dal punto di vista tecnico era un’imperfezione ma dal punto di vista musicale, invece, stava nascendo qualcosa di completamente nuovo.
Molti chitarristi si resero conto che quel timbro aveva più personalità rispetto a quello perfettamente pulito, le note sembravano acquistare maggiore presenza e lo strumento risultava più espressivo.
Quasi contemporaneamente emerse un’altra caratteristica destinata a cambiare il modo di suonare.
Le note non si esaurivano più con la stessa rapidità tipica della chitarra acustica, ma rimanevano udibili più a lungo: è questo che viene definito sustain.
Per un chitarrista significa avere più tempo per modellare una nota, aggiungere vibrato, controllarne l’intensità e costruire frasi melodiche molto più efficaci.
Oggi è una qualità ricercata in strumenti, amplificatori, effetti e perfino nella costruzione delle chitarre, ma all’inizio nessuno la considerava un obiettivo progettuale.
Queste caratteristiche modificarono anche il ruolo dello strumento: se fino a quel momento la chitarra era stata utilizzata prevalentemente per accompagnare, ora poteva sostenere linee melodiche sempre più articolate e conquistare il centro dell’attenzione.
Gli assoli iniziarono ad avere una forza espressiva che prima era difficile ottenere e il chitarrista assunse progressivamente un ruolo da protagonista.
Questo nuovo linguaggio trovò terreno fertile nel blues, le cui caratteristiche si adattavano perfettamente alle possibilità offerte dalla chitarra elettrica.
Nel prossimo articolo parleremo di un altro aspetto che ha accompagnato questa evoluzione: il volume: anche in questo caso, dietro una funzione apparentemente semplice, si nasconde una storia ricca di curiosità e di svolte inattese.
Intanto, mentre aspetti questo nuovo articolo, ti invito a cliccare sull’immagine qui sotto e a leggere la nuova pagina: sono sicura che ti interesserà.

