Ciao,
riprendo oggi il discorso sulla teoria musicale e il solfeggio che, secondo me, non sono indispensabili per suonare la chitarra (ma anche altri strumenti) ma che … aiutano molto.
Quante volte mi è stata fatta la stessa domanda:
“per imparare a suonare bene è necessario studiare teoria musicale e solfeggio?“.
La mia risposta è semplice: è possibile diventare un buon chitarrista anche senza conoscere ogni regola della teoria, ma ignorarla completamente significa rinunciare a un mezzo che può semplificare il percorso di crescita musicale.
Molti imparano accordi, riff e canzoni affidandosi alla memoria o all’imitazione e sicuramente questo è un ottimo punto di partenza, ma arriva sempre il momento in cui viene la domanda:
“perché questa sequenza di accordi funziona?“
Oppure:
“quali note posso usare per improvvisare su questo giro?“.
La teoria musicale risponde proprio a questi interrogativi: non impone regole rigide, ma aiuta a capire come è costruita la musica, permettendo di prendere decisioni più consapevoli mentre si suona e uno dei vantaggi più evidenti riguarda l’improvvisazione.
Quando si conoscono tonalità, scale e intervalli, non si procede più per tentativi; si riesce invece a scegliere le note con maggiore sicurezza, costruendo frasi musicali più coerenti e piacevoli da ascoltare.
Pensa, ad esempio, a un classico blues in dodici battute: chi possiede qualche conoscenza teorica riesce spesso a trovare nuove idee, variazioni e collegamenti che rendono l’esecuzione più interessante senza complicare inutilmente il fraseggio.
Ma la teoria non è utile soltanto per improvvisare: infatti conoscere il linguaggio della musica permette anche di affrontare uno spartito con maggiore tranquillità.
La lettura diventa più naturale e si comprende più facilmente ciò che il compositore ha scritto, riducendo il tempo necessario per imparare un nuovo brano.
Le conoscenze teoriche fanno la differenza anche durante prove, concerti e jam session.
Sapere riconoscere una tonalità, seguire una progressione armonica o comunicare usando il linguaggio musicale rende tutto più immediato: si ascoltano meglio gli altri, si reagisce più rapidamente ai cambiamenti e diventa più facile contribuire alla costruzione del brano.
E tutto questo, alla fine, porta a contraddire quello che molti pensano: che, cioè, studiare la teoria limiti la fantasia, che la teoria sia una materia fatta di definizioni da imparare a memoria, mentre la mia esperienza mi ha insegnato l’esatto contrario.
Più si comprendono i meccanismi della musica, maggiore è la libertà di sperimentare: le idee non nascono dal caso, ma dalla capacità di collegare concetti diversi e trasformarli in qualcosa di personale.
Ogni argomento deve avere un’utilità pratica sulla chitarra: se una regola non aiuta a suonare meglio, a improvvisare con più sicurezza o a comprendere un brano, difficilmente lascerà un ricordo duraturo.
Per questo motivo cerco sempre di collegare ogni spiegazione a un esercizio immediatamente applicabile sullo strumento: infatti sono convinta che nessun libro, nessuna lezione, nessuna regola possono sostituire lo studio quotidiano:
- chi desidera suonare musica classica dovrà sviluppare precisione ritmica e capacità di lettura
- chi preferisce rock, blues o jazz trarrà enormi benefici dalla conoscenza di scale, accordi e tonalità per affrontare accompagnamenti e assoli con maggiore sicurezza.
La teoria musicale non sostituisce la pratica, ma la rende più efficace.
Alla fine, quindi, la domanda non dovrebbe essere se la teoria musicale sia obbligatoria, ma quanto possa aiutare ogni musicista a migliorare.
Per me rappresenta un mezzo che rende più semplice comprendere la musica, sviluppare la creatività, comunicare con altri musicisti e affrontare nuove sfide senza sentirsi limitati dalle proprie conoscenze.
E tu cosa ne pensi?
Raccontacelo nei commenti.
Se poi vuoi approfondire di più l’argomento, ti consiglio di cliccare sull’immagine qui sotto e leggere la nuova pagina: sono sicura che ti interesserà 🙂


mi associo senz’altro ad Ettore e condivido le concezioni di Barbara.
Quando ero ancora un ragazzo ho studiato musica per circa un anno perché pur suonando la chitarra ad orecchio volevo imparare il pianoforte (cosa che ho imparato pure ad orecchio).
Allora, non ricordo neanch’io perché lasciai perdere tutto ed oggi che a distanza di tanti anni (quasi quaranta) ho ripreso seriamente a comporre, senza pretese per carità, qualche brano, mi rendo conto che quelle noiosissime lezioni di armonia e solfeggio, mi ritornano alla mente, ma poi incontro i miei limiti, proprio perché non ho approfondito lo studio della musica teorica.
Gli autodidatti vanno bene, ma poi mi chiedo, quando si tratta di creare una partitura per un’orchestra, chi lo fa per loro?
In ogni caso ritengo che la conoscenza della musica, delle scale e dell’armonia, possa solo rendere una creazione, sia cover che non, semplicemente più completa,
Un esempio: cercando d’interpretare il brano Desperado degli Eagles, mi sono reso conto che gli accordi non corrispondevano alla partitura originale, (quella sul pentagramma per intenderci) e la musica non mi dava lo stesso effetto.
Ho scaricato lo spartito ed ho scoperto come ci sono un’infinità di variazioni nel brano. ciò che sembrava facile in un primo momento è diventato difficile, poi seguendo le note, piano piano, sono riuscito a registrarla con voce, pianoforte, chitarra e basso.
Senza quelle minime conoscenze musicali non ci sarei mai riuscito
Grazie Ugo per aver condiviso la tua esperienza personale con noi.
Sono d’accordo!
I musicisti migliori sono quelli che combinano un istinto naturale verso la musica (orecchio, attitudine, predisposizione, etc) ad una buona formazione musicale teorica.
Es: Jeff beck parti’ senza conoscere alcunché di teoria musicale, scale, lettura musicale, etc; dichiarò in una intervista che, quando improvvisava, le sue dita istintivamente andavano sulle note senza sapere niente sulle tonalità, sulle scale, etc.
E riusciva a suonare bene comunque ed affermarsi nell’ambito rock-blues con gli Yardbirds, etc.
Poi, però, gli chiesero di insegnare il suo stile chitarristico, il suo approccio musicale, le scale che usava, etc.
Lui rispose: “come faccio ad insegnare quali scale uso, se non so neanche cosa sono le scale?”.
A quel punto si rese conto dei suoi limiti teorici, ed allora si mise a studiare la teoria musicale e dichiarò che le conoscenze teoriche apprese migliorarono molto la sua musicalità ed il suo approccio con lo strumento!
Inoltre c’è da dire che la formazione musicale dipende dal genere: per un musicista classico, ed anche a mio avviso, per un musicista jazz moderno è praticamente indispensabile!
Per un classico la formazione musicale deve essere rigorosa, per i generi moderni può esserlo di meno.
Per suonare e diplomarsi in chitarra classica mi pare occorrono 10 anni di studi, per un chitarrista jazz,meno, 3/4 anni, credo.
Non tutta la teoria classica serve per suonare i generi moderni, compreso il jazz, che forse è il genere più complesso tecnicamente dopo quello classico.
Infatti le scuole moderne di musica sono meno rigorose e lunghe come durata di studi rispetto ai conservatori, ma ugualmente formative.
D’altro canto esistono molti luoghi comuni su questi argomenti.
Per esempio quando si dice che taluni musicisti moderni “non sanno leggere la musica” non vuol dire, come taluni interpretano erroneamente, che sono degli analfabeti musicali!
Vuol significare che non conoscono il solfeggio, la lettura musicale (in maniera approfondita, o parziale!) alla stregua di un classico, ma non che sanno niente di musica!
Qualunque strumentista di un certo livello, oppure compositore (es: i cantautori, un F. de Gregori, Pino Daniele, Baglioni, etc) di canzoni non potrebbe comporre e musicare una canzone senza avere nozioni base di armonia, composizione, melodia, tonalità, etc.
Parimenti nessun chitarrista, o strumentista, anche se suona prevalentemente ad orecchio, non può non avere nozioni base di scale, accordi, tonalità, ritmo, etc.
Magari facendo musica moderna (e non componendo sinfonie, sonate o opere liriche strutturalmente più articolate e complesse) e componendo canzoni (la canzone è una forma musicale meno complessa di un quartetto d’archi o di una sinfonia swing per big band!) non è necessario possedere un diploma classico in composizione musicale, ma nozioni, apprese magari da autodidatta, di composizione sono indispensabili!
Di contro esistono chitarristi virtuosi completamente autodidatti, esempio molto noto il compianto e formidabile Paco De Lucia, con una tecnica unica, a metà strada tra chitarra flamenco e chitarra classica, acquisita da autodidatta!
Paco De Lucia, virtuoso assoluto della chitarra flamenca moderna, si cimentava anche nell’improvvisazione jazzistica (con la chitarra flamenca, non ha mai suonato la chitarra elettrica) ed in brani del repertorio chitarristico classico moderno: Isaac Albeniz, Villa Lobos, etc.
Da precisare, rimanendo nel campo chitarristico, che la chitarra forse è lo strumento più versatile e completo che ci sia (secondo me superiore al pianoforte in questo!): gli stili per chitarra sono talmente tanti e differenti che non esiste chitarrista al mondo che sia in grado di suonarli a livelli di eccellenza tutti!
Ogni chitarrista in genere si specializza in uno o due stili, gli altri o li arrangia o li trascura proprio; non basterebbe una vita intera per suonarli al massimo livello tutti!
Es: provate a dar suonare, rimanendo nel rock-metal, al pur formidabile Steve Vai, John Petrucci, Paul Gilbert un brano flamenco stile De Lucia, o fingerpicking avanzato stile Tommy Emmanuel: non ne sarebbero capaci!
C’è su you tube un video di Paul Gilbert, formidabile shedders metal con la pennata sweep, che si cimenta in un brano flamenco con la ritmica rasgueado: non è male, ma si vede che non lo padroneggia percheé non è il suo stile: un purista e cultore della chitarra flamenca storcerebbe il naso!
grazie Ettore per questo lungo e dettagliato commento.
Ciao