Ciao,
torniamo oggi a parlare di teoria musicale.
Ho chiuso lo scorso articolo su questo argomento dicendo che c’è una differenza tra avere talento e sviluppare il proprio talento.
Vediamo allora oggi che significa questa mia frase, dato che se ne parla tantissimo, ma raramente in modo utile.
Per chi suona, soprattutto a livello amatoriale, il talento è una specie di etichetta: o ce l’hai o non ce l’hai.
E da lì sembra dipendere tutto.
In realtà, per crescere come chitarrista, questa idea serve a poco.
Infatti … quanto incide, nella pratica quotidiana, sapere se sei portato oppure no?
Perché quello che fa la differenza è un’altra cosa: la costanza, la continuità, il tempo che dedichi allo strumento, la curiosità che ci metti, la voglia di migliorare anche quando non ti viene naturale.
Allora è molto più utile chiedersi:
mi va di suonare?
oppure:
quanto spazio ha la musica nelle mie giornate?
perché è da lì che nasce tutto il resto.
A questo punto è più importante il percorso che scegli, sapendo che non esiste un metodo universale, valido per tutti e non esiste neanche un metodo valido per tutta la tua vita chitarristica, perché questo cambia a seconda di ciò che ti attira in quel determinato momento.
Se ti piace il blues, ad esempio, difficilmente inizierai con lo studiare le note sul pentagramma o a cimentarti con l’analisi armonica, mentre sarà più probabile che passerai delle ore ad ascoltare, a cercare di replicare frasi, a suonare sopra le backing track o, meglio ancora, con altre persone.
Solo dopo, magari, nasce il bisogno di capire cosa stai facendo.
Diverso è il caso di chi si avvicina alla chitarra classica: qui il rapporto con la musica è più legato alla lettura, alla precisione, alla comprensione della struttura dei brani e senza una base teorica, diventa difficile anche solo orientarsi.
Quindi, come vedi, parliamo di due approcci diversi che sono entrambi validi.
E allora come si fa a capire cosa studiare?
Il punto di partenza è sempre lo stesso: ascoltarsi, non in senso astratto, ma molto concreto:
- che tipo di musica ti coinvolge?
- cosa ti fa venire voglia di prendere la chitarra?
- in quali momenti ti senti più a tuo agio mentre suoni?
Queste risposte valgono più di qualsiasi schema.
Detto questo, c’è un piccolo rischio da evitare: usare la propria inclinazione come giustificazione per evitare certe difficoltà.
Dire “io suono a orecchio” può essere una scelta ma può anche essere una scusa per non affrontare qualcosa di nuovo.
Lo stesso vale al contrario: rifugiarsi nello studio teorico e non riuscire a sbarazzarsi dello spartito.
Arriviamo, allora, alla domanda … fatidica: ha senso studiare teoria musicale?
Forse avrai capito che non esiste una risposta unica, ma secondo me un minimo di teoria aiuta ad ampliare le possibilità in quanto non sostituisce l’esperienza ma la completa, permettendoti di riconoscere schemi, comunicare meglio con altri musicisti, capire più velocemente ciò che ascolti.
E questo vale per tutti: sia per chi è già avanti, sia per chi è all’inizio.
In definitiva, non si tratta di scegliere tra suonare e studiare, ma di trovare un equilibrio personale che evolverà nel tempo.
Per oggi ci fermiamo qui.
Nel prossimo articolo entreremo ancora più nel concreto, cercando di capire quando e come inserire la teoria nel proprio percorso senza appesantirlo.
Intanto, mentre aspetti questo nuovo articolo, se vuoi approfondire di più l’argomento, ti consiglio di cliccare sull’immagine qui sotto e leggere la nuova pagina: sono sicura che ti interesserà 🙂

